LET IT BE – l’album che ha segnato il congedo definitivo dei Beatles compie 50 anni

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LET IT BE – l’album che ha segnato il congedo definitivo dei Beatles compie 50 anni

Dodicesimo e ultimo album del gruppo british, il lavoro discografico in oggetto vide la luce l’8 Maggio 1970 dopo che, il 10 Aprile, la band aveva già ufficializzato lo scioglimento, dopo dieci anni di attività[1] e aver tracciato un considerevole frangente della musica beat e del pop, range musicale attraversato con delle influenze rock. Innestato sulle fattezze di un ritorno alle origini, il disco propone tutti quei temi che avevano reso i quattro musicisti di Liverpool popolari in tutto il Mondo, consacrandoli anche nel nuovo millennio con la pubblicazione di Let it be … Naked[2] nel 2003, in virtù dello studio incentrato sull’anima dei brani, impostati all’interno di un rigore esecutivo e compositivo.

Colmo di effetti innovativi e ricercati, l’album[3] era stato rielaborato dal produttore Phil Spector sull’onda della tecnica del muro del suono[4] di sua ideazione, conferendogli un’anima peculiare e più complessa, differenziata tra rock ‘n’ roll, psichedelia e pop con l’apporto di ambientazioni sinfoniche e della musica orchestrale. Costituito da 12 tracce disposte su un vinile doppio, il disco comprende la postproduzione accentuata di Spector, il quale avrebbe stravolto totalmente alcuni brani riarrangiandoli secondo i suoi metodi anche con l’utilizzo – nel caso di The Long and Winding Road – di violini e cori celestiali. Costituito da elementi brillanti come il tratteggio marcato di Dick a pony o le melodie particolareggiate e “soffiate” di Across the Universe, il disco diventa emblema e specchio di quella che è stata una storia importante della musica internazionale, ponendo in ribalta il gruppo di Liverpool con le cui ispirazioni sensoriali ed extra-territoriali sembrerebbero perfettamente sposarsi anche le rivisitazioni commerciali. Simbolo della profondità della formazione britannica, la title track finisce per trasportare l’ascoltatore in quell’universo frizzante della beatlemania, tra il fascino del canto delicato, del piano e dei riff della chitarra, fino alla struttura bassistica e ritmica per finire sulla trascrizione di un movimento culturale che ha condizionato intere generazioni.


[1] Beatles attivi dal 1960 al 1970, rappresentanti principali della musica beat

[2] Versione remixata pubblicata a distanza di trent’anni e confermatasi ancora una volta disco campione d’incassi

[3] [2012] inserito da Rolling Stone tra i 500 migliori album di sempre al 392° posto

[4] Wall of Sound è una tecnica di produzione musicale utilizzata nelle registrazioni di musica pop e rock, sviluppata durante i primi anni 1960 presso i Gold Star Studios di Los Angeles.|essa consisteva essenzialmente nell’aggiunta, alla classica strumentazione basso-chitarra-batteria, di strumenti tipici della musica orchestrale quali archi, ottoni, triangoli, timpani e percussioni che mai, in precedenza, erano stati utilizzati nella musica pop e che venivano registrati e poi sovrapposti (raddoppiandoli e triplicandoli) per ottenere un suono quasi unisono ed arrivare così ad un effetto di riverbero ed un suono più denso, quasi ad avvolgere l’ascoltatore in una massa sonora continua e che lo stesso Spector amava definire “un approccio wagneriano al rock & roll: piccole sinfonie per i bambini”.

By | 2020-05-09T17:18:24+02:00 Maggio 8th, 2020|Musica, Recensioni, Speciali|0 Comments

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Federico Di Massimantonio